Ginecologia cataniaCARCINOMA MAMMARIO

Il cancro della mammella è il tumore maligno più frequente nella donna, costituisce circa il 32% di tutti i casi di tumore diagnosticati nella popolazione femminile. Si calcola che dopo i 40 anni 70 donne su 100 mila ogni anno siano colpite da questo tumore. Anche la mortalità dovuta alla neoplasia è elevata, ogni anno fa registrare nel nostro Paese circa 11.000 decessi (dal 35 al 50% delle pazienti), ma la sua percentuale è fortemente influenzata da un’efficiente organizzazione per la diagnosi precoce, da una corretta terapia eseguita e da un accurato controllo periodico (follow-up) dopo il trattamento.
Sotto i 30 anni il tumore è molto raro (3 casi su 100 mila donne ogni anno), mentre la sua frequenza aumenta con l’avanzare dell’età raggiungendo i 150 casi su 100 mila donne/anno a 50 anni, e 450 casi su 100 mila donne /anno a 80 anni. Il tumore presenta due picchi di frequenza verso i 45 anni e l’altro tra i 60 e i 65 anni.
Attualmente l’incidenza della neoplasia in Italia è di 7 casi su 100.000, mentre negli USA 12 casi su 100.000.
In Italia il carcinoma della mammella ha fatto registrare, tra il 1993 e il 1998, un aumento di incidenza di oltre il 9%. A fronte, però, di un sensibile regresso della mortalità (-9,3%), imputabile soprattutto alla diagnosi sempre più precoce e al miglioramento delle terapie, con una sopravvivenza, a 5 anni, di oltre l’80% delle pazienti. Questo significa che è molto importante rafforzare le strategie di diagnosi precoce e di prevenzione, consentendo a tutte le donne di accedere facilmente a cure efficaci ed ad un equo trattamento a livello nazionale.
Le categorie di donne da ritenersi più a rischio sono quelle con:
- Età sopra i 50-55 anni;
- Storia familiare positiva per questo tumore, soprattutto se è stata colpita la madre, una sorella, una zia, la nonna o due parenti di primo grado in età giovanile (< 50 anni) o parenti di sesso maschile. Il rischio di sviluppare la malattia       aumenta di 2-3 volte e per quelle di età inferiore a 50 anni è massimo quando una consanguinea è stata colpita dalla malattia prima della menopausa
- Presenza di displasia con iperplasia epiteliale duttale-lobulare tipica (rischio doppio) e con iperplasia duttale-lobulare atipica (rischio 5 volte maggiore);
- Precedente neoplasia maligna del seno controlaterale
- Situazione ormonale caratterizzata da iperestrogenismo cronico o iatrogeno (terapie prolungate con estrogeni), menarca precoce, menopausa tardiva;
- Nulliparità (nessuna gravidanza)
- Prima gravidanza a termine dopo il 30° anno d’età.
- Meno significativi per il rischio di questo tumore sono fattori quali:
- L’obesità associata a diabete e ipertensione;
- Un precedente cancro in altri organi dell’apparato genitale;
- Bassa difesa immunologia
- Dieta iperlipidica.


La lotta contro il carcinoma della mammella necessita uno screening che coinvolga tutte le donne presunte sane a partire perlomeno dai 30 anni ed anche prima se il soggetto presenta i fattori di rischio sopra elencati. I mezzi a nostra disposizione a tale scopo sono:
LA MAMMOGRAFIA utilizza raggi X a basso dosaggio. Studi clinici hanno dimostrato che lo screening mammografico (attuato secondo le Linee Guida del Piano Oncologico Nazionale - mammografia ogni due anni su donne di età compresa tra 50 e 69 anni) e l'esecuzione spontanea periodica dell’esame, dopo i 40 anni di età, possono individuare tumori sempre più piccoli, passibili di un trattamento chirurgico conservativo, più accettabile dal punto di vista estetico e con una percentuale altissima di sopravvivenza a lungo termine.
La durata dell’indagine è di circa 15 minuti e non necessita di alcun tipo di preparazione specifica.

È preferibile eseguire l’esame nella prima metà del ciclo mestruale perché è il periodo in cui il seno è meno teso ed è quindi più agevole effettuare la necessaria compressione.
Nelle donne in fase menopausale è generalmente possibile eseguire l’indagine in qualunque momento.
L'ECOGRAFIA non utilizza i raggi X ma gli ultrasuoni, emessi attraverso un piccolo strumento a forma di microfono (sonda ecografia). Eseguita soprattutto in donne al di sotto dei 40 anni (con un seno denso, più difficilmente valutabile ai raggi X), riesce a distinguere la densità di un nodulo, differenziando le lesioni solide da quelle liquide (cisti). Dopo i 40 anni è in genere associata alla mammografia.
In presenza di un nodulo sospetto è consigliabile eseguire ulteriori accertamenti, rappresentati dall'ESAME CITOLOGICO e ISTOLOGICO. Il primo si effettua attraverso agoaspirato, metodica poco invasiva, che consiste nell'aspirazione di cellule mammarie con un ago sottile o può essere utilizzato in caso di secrezione del capezzolo.
L'esame istologico, invece, consiste nel prelievo (biopsia) in anestesia locale/generale, di porzioni più grosse di tessuto mammario sotto guida ecografica o mammografia o direttamente in sede intraoperatoria.

 

CARCINOMA DELLA CERVICE UTERINA

Il carcinoma della cervice uterina è uno dei tumori più comuni nel mondo e risulta particolarmente frequente nei paesi in via di sviluppo, dove rappresenta la maggiore ceusa di morte nella donna tra i 35 e i 45 anni. Una stima recente prevede nel mondo 440.000 nuovi casi ogni anno di cui l’80% nei paesi in via di sviluppo. Il tumore della cervice rappresenta il 6% di tutte le neoplasie femminili ( si colloca al 7° posto come incidenza tra i tumori della donna, dopo il cancro mammario, polmonare, colon-rettale, ovarico, endometriale e della vescica), con circa 3700 nuovi casi in Italia per anno. La mortalità per questa neoplasia in Italia è di 4 casi su 100.000 e si è ridotta di circa un terzo rispetto agli anni 50.
Negli Stati Uniti vengono diagnosticati ogni anno circa 16.000 nuovi casi di carcinoma della cervice uterina e circa 4.800 donne muoiono ogni anno a causa di questa malattia, che costituisce la causa di morte dello 0,3% della popolazione femminile. Attualmente la mortalità si è ridotta nei paesi sviluppati di circa 1/3 negli ultimi 30 anni: 4 casi su 100 mila contro i 30 casi su 100 mila nei paesi sottosviluppati. Benché il tasso di sopravvivenza a 5 anni delle donne con carcinoma della cervice localizzato si aggiri sul 90%, esso si abbassa notevolmente (intorno al 14%) per le persone con una malattia in fase avanzata (Stadio IV). L'incidenza dei carcinomi invasivi della cervice si è ridotta notevolmente nel corso degli ultimi 40 anni, grazie soprattutto ai programmi di screening e diagnosi precoce
L’incidenza aumenta progressivamente dopo i 35 anni con picco massimo tra 55-60 anni.
E’ quattro volte più frequente nelle prostitute e nelle donne che iniziano l’attività sessuale prima dei 17 anni rispetto ai controlli (donne la cui età al primo rapporto sessuale era di 23 anni).
Non esiste nelle donne senza attività sessuale.
La sua frequenza aumenta con il numero delle gravidanze, nelle donne il cui partner ha più partners sessuali, nelle donne il cui partner è affetto da carcinoma del pene, nelle seconde mogli di uomini la cui prima moglie è deceduta per carcinoma della cervice uterina. I fattori di rischio riconosciuti sono quindi:
- Inizio precoce dell’attività sessuale
- Partner sessuali multipli
- Gravidanze multiple
- Primo figlio in età giovane
- Basso stato socio economico
- Scarsa igiene sessuale (soprattutto del partner).


Le infezioni virali a livello della cervice uterina, della vulva, della vagina, trasmissibili
con i rapporti sessuali, sono certamente uno dei fattori più importanti nella cancerogenesi
del tratto basso dell’apparato femminile.
Il virus ritenuto maggiormente responsabile è il Virus dei Papillomi Umani (Human Papilloma Virus=HPV) o virus delle verruche.
Se ne conoscono una settantina di tipi; esistono ceppi di HPV che hanno un particolare tropismo per vari tessuti e organi ed in particolare i tipi 16-18 si ritrovano in circa il 70% delle lesioni neoplastiche intraepiteliali di grado elevato (CIN3) della cervice uterina e anche nel 50% dei carcinomi cervicali invasivi.
Il tumore della cervice infatti può essere reperito sottoforma di: cancro pre-invasivo o neoplasia intraepiteliale cervicale(CIN = cervical intraepithelial neoplasia) o secondo la classificazione citologica di Bethesda: lesione squamosa di basso grado (LSIL) di alto grado (HSIL), oppure secondo il riscontro istologico CIN1, CIN2, CIN3.
Il cancro preinvasivo non può essere diagnosticato con la sola visita ginecologica in quanto non presenta ancora aspetti macroscopici tipici, ma viene sospettato in seguito dell’esame citologico o test di Papanicolau (Pap-test).
Il Pap test effettuato regolarmente è raccomandato per tutte le donne che sono o che sono state sessualmente attive e che non hanno subito l'asportazione chirurgica della cervice uterina. Lo screening dovrebbe iniziare in corrispondenza del primo rapporto sessuale. Nel caso di adolescenti con una storia sessuale difficilmente accertabile bisogna presumere che a 18 anni siano sessualmente attive. Lo screening su base annuale non sembra dare risultati migliori dello screening ogni 3 anni; il Pap test, quindi, andrebbe ripetuto almeno una volta ogni 3 anni. L'intervallo di screening più adeguato andrebbe stabilito dal medico per ciascuna delle sue pazienti sulla base dei fattori di rischio (per esempio, inizio precoce dell'attività sessuale, numero elevato di partner, basso livello socioeconomico). Nel caso di pazienti infette da HIV lo screening andrebbe eseguito con frequenza maggiore, conformemente a quanto prescritto dalle linee guida stabilite.
Un'altra strategia di screening si basa sulla diagnosi di infezione da HPV, un ben noto fattore di rischio per il carcinoma della cervice. Dei più di 70 tipi di HPV a tutt'oggi identificati, diversi sono virus oncogeni (per esempio HPV tipo 16 e 18) e sono strettamente associati, a livello epidemiologico, al carcinoma della cervice. Non è ancora chiaro, tuttavia, quale sia la storia naturale dell'infezione da HPV e come essa possa progredire verso un carcinoma maligno. Uno studio condotto in donne infette da HPV 16 o 18 ha riscontrato che, a distanza di 5 anni, il 67% delle lesioni è rimasto inalterato o è regredito, il 29% è progredito ad uno stadio di displasia più avanzato e il 3% ha recidivato. Il valore predittivo del test, inoltre, è limitato dalla elevata prevalenza dell'infezione da HPV nelle donne giovani.
La tipizzazione del ceppo di HPV, al fine di identificare le donne infette da forme oncogene del virus, potrebbe, in futuro, aumentare l'accuratezza del test e definire il suo ruolo nell'impostazione del follow up; attualmente, tuttavia, il test appare poco adatto allo screening delle donne asintomatiche a causa del basso valore predittivo, delle incertezze sulla storia clinica dell'infezione, della mancanza di una terapia efficace e delle prove che lo screening possa modificare la prognosi.
Un pap-test positivo implica la mess in atto di ulteriori accertamenti il primo dei quali è oltre la già citata tipizzazione virale, la colposcopia.
La colposcopia è un esame non invasivo che utilizza il colposcopio, un sistema ottico che permette di osservare gli aspetti della mucosa della cervice uterina e della vagina.
La colposcopia indica quindi il tipo di biopsia (prelievo di tessuto) che occorre fare, qualora si identifichi un’ area sospetta, (biopsia mirata, escissione della zona di trasformazione con ansa diatermia, conizzazione (asportazione di un cono di tessuto cervicale) con bisturi o con laser, e fornisce preziosi elementi predittivi della futura diagnosi istologica, della prognosi e del tipo di terapia che bisognerà attuare.
Pertanto la diagnosi precoce delle neoplasie cervicali consente di prevenirne o ritardarne la progressione a tumori invasivi grazie a interventi terapeutici come la colposcopia, la conizzazione, la criocauterizzazione, la vaporizzazione laser, l'asportazione con ansa diatermica e, quando necessario, l'isterectomia. Esistono dati a supporto del fatto che la diagnosi precoce, attraverso il Pap test di routine e il trattamento delle lesioni tipo carcinoma intraepiteliale possono ridurre la mortalità per carcinoma della cervice. Studi comparativi condotti negli Stati Uniti, in Canada e in numerosi stati Europei,che hanno confrontato nel tempo i dati sul carcinoma della cervice, hanno riscontrato una netta riduzione nell'incidenza dei tumori invasivi e una riduzione del 20-60% nella mortalità in seguito all'introduzione su larga scala dei programmi di screening.

 

IL CARCINOMA OVARICO

Il tumore dell’ovaio si colloca al quarto posto sia come prevalenza (dopo il carcinoma della mammella, polmonare, del colon-retto) che come causa di morte, e nell’ambito dei tumori ginecologici ( di cui costituisce il 5%) rappresenta la principale causa di decesso.
L’incidenza nei paesi sviluppati è di 10-12 casi / 100.000 contro i 3-4 casi / 100.000 dei paesi in via di sviluppo. In Italia la mortalità si aggira sui 3000 casi per anno con un’incidenza di circa 15 casi per 100000 donne dai 35 ai 65 anni.
Il rischio di morire di tumore dell'ovaio è dell'1,1% nell'arco della vita. Il tasso di sopravvivenza complessivo a 5 anni è almeno del 75% quando il tumore è confinato alle ovaie e si abbassa al 17% nelle donne con tumori diagnosticati in fase metastatica. Nella maggior parte dei casi, le pazienti rimangono asintomatiche sino a che il tumore non infiltra o comprime le strutture circostanti, non compare ascite, o le metastasi a distanza non diventano clinicamente evidenti. Due terzi delle donne con carcinoma ovarico si presentano pertanto alla diagnosi con neoplasie in fase avanzata (stadio III o IV). La neoplasia compare dopo il menarca con una frequenza crescente dopo i 40 anni sino a raggiungere un picco tra i 50-60 anni. Bisogna ricordare che esiste una grande varietà di tumori ovarici; molti (80%) sono benigni e insorgono più spesso in donne giovani tra i 20 e i 45 anni, al contrario delle forme maligne più comuni nelle donne più anziane.


ORIGINE CELLULE DELL’EPITELIODI SUPERFICIE(tumori epiteliali comuni) CELLULA GERMINALE CORDONI SESSUALI-STROMA
Frequenza 65%-70% 15%-20% 5%-10%
Proporzione di neoplasie ovarichemaligne 90% 3%-5% 2%-3%
Gruppo di età colpito 20 + anni 0-25 + anni Tutte le età
Tipo · Tumore sieroso· Tumore mucinoso· Tumore endometrioide· Tumore a cellule chiare· Tumore di Brenner· Inclassificabili · Teratoma· Disgerminoma· Tumore del seno endotermico· Coriocarcinoma · Fibroma· Tumore a cellule della teca-granulosa· Tumore a cellule di Sertoli-Leydig

 

L'eziologia e la patogenesi di questa neoplasia sono ancora incerti. sono riconosciuti quali fattori di rischio:
· Il menarca precoce
· Nulliparità
· Menopausa tardiva
· Mancato allattamento
· Non uso di contraccettivi orali
· L’uso di farmaci per l’induzione dell’ovulazione
· Storia familiare di tumore dell’ovaio (7%)
Al contrario la multiparità, l'uso prolungato di estroprogestinici orali e l'allattamento al seno sono fattori associati a una diminuzione del rischio.
Attualmente si riconoscono tre sindromi genetiche correlate al carcinoma ovarico: la sindrome del carcinoma mammario-ovarico, legata a una mutazione ereditaria dei geni BRCA1 e BRCA2; la sindrome specifica del carcinoma ovarico; la sindrome di Lynch tipo II, che può includere i carcinomi del colon, della mammella, dell'endometrio, del primo tratto gastrointestinale e dell'ovaio ed è generalmente associata a una storia familiare di neoplasie a comparsa precoce.


I test di screening potenzialmente utili nel caso del carcinoma ovarico sono i seguenti: la palpazione bimanuale della pelvi, lo striscio secondo Papanicolau (Pap test), il dosaggio di marcatori tumorali e l'ecografia. L'esame pelvico consente di diagnosticare un ampio spettro di patologie ginecologiche, ma la sua sensibilità nella diagnosi del carcinoma ovarico non è stata valutata; benché infatti permetta, sporadicamente, di identificarlo, spesso fallisce nella diagnosi di carcinomi in fase iniziale, di piccole dimensioni, a causa della collocazione anatomica dell'organo, situato in profondità nella cavità addominale. Di conseguenza, i tumori ovarici identificati mediante palpazione bimanuale sono, di norma, in stadio avanzato, e si associano a una bassa sopravvivenza. La palpazione bimanuale della pelvi, inoltre, può generare dei falsi positivi in presenza di masse di natura benigna a carico degli annessi (per esempio cisti funzionali). Anche il Pap test può, occasionalmente, individuare la presenza di cellule tumorali maligne di provenienza ovarica, ma non viene considerato un'indagine utile nello screening per il carcinoma dell'ovaio, in quanto gli studi sull'argomento indicano che il Pap test possiede una sensibilità soltanto del 10-30% nella diagnosi di questo tumore. Nelle donne affette da carcinoma ovarico spesso è elevata la concentrazione sierica di alcuni marcatori tumorali, tra cui l'antigene carcinoembrionario, l'antigene del cistoadenocarcinoma ovarico, l'acido sialico associato ai lipidi, l'NB/70K, il TAG 72,3, il CA15-3 e il CA-125. La concentrazione sierica di CA-125 risulta aumentata nell'82% delle pazienti con un carcinoma ovarico avanzato (stadio III o IV), e si innalza anche nelle pazienti con malattia in fase iniziale, seppure meno frequentemente.
Anche l'ecografia è stata presa in considerazione come test di screening per il carcinoma ovarico, in quanto è in grado di valutare in modo diretto forma e caratteristiche dell'ovaio, di individuare masse di piccole dimensioni (1 cm di diametro) e distinguere le lesioni solide dalle cisti. L'ecografia transvaginale con Color Doppler (ecoflussimetria Doppler transvaginale), inoltre, permette di identificare le anomalie vascolari tipicamente associate alla presenza di un tumore. Alcuni studi hanno riscontrato che lo screening ecografico di routine in donne asintomatiche ha una bassa resa nell'identificare neoplasie ovariche e genera una grossa quota di falsi positivi per i quali, in molti casi, è richiesta una laparotomia o una laparoscopia per giungere a una diagnosi.
L'accuratezza diagnostica del test potrebbe essere aumentata combinando l'ecografia con altri test di screening, come il dosaggio del CA-125. Questo approccio è stato preso in considerazione come metodo per discriminare le masse annessiali benigne da quelle maligne prima di un intervento chirurgico.

Screening
L’ipotesi di uno screening di massa in ampi gruppi di popolazione apparentemente sana è frustrato dai seguenti motivi:
1) il costo economico (un’analisi approssimativa dei costi di un singolo screening comprende: visita medica, ecografia addominale e i costi di organizzazione e, riservando ai soli casi sospetti un’ulteriore ecografia transvaginale e il CA      125), si aggira sulle 50.000 per donna esaminata pari a circa euro 2.500.000,00 x 100.000 donne.
2) ripetitività data la maggiore incidenza delle neoplasie ovariche nel gruppo 35/65 anni e la rapidità d’insorgenza di tale neoplasia, lo screening andrebbe ripetuto con una relativa frequenza per determinare una reale diminuzione della          mortalità.
Per i motivi suddetti non vi è un’indirizzo verso gli screening di massa, mentre vi sono iniziative d’indagine in sottogruppi di donne considerate a rischio epidemiologico maggiore e, quindi, numericamente limitati.
   Il Committee on Gynecologic Practice of American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG Committee Opinion 117, 1992) ha precisato che nelle donne in cui è stata ampiamente documentata la familiarità per Ca Ovarico      e/o rientrano in una delle sindromi genetiche descritte sopra lo screening deve essere impostato nel modo seguente:
1. donne che vogliono preservare la loro capacità riproduttiva - dovrebbero sottoporsi a controllo ecografico transvaginale ogni 6 mesi e ad annessectomia profilattica una volta completato il programma riproduttivo
2. donne che non desiderano mantenere la loro fertilità - dovrebbero sottoporsi ad annessectomia profilattica dopo un’attenta valutazione del loro pedigree genetico
3. donne con una documentata Lynch II Syndrome - dovrebbero essere trattate come le pazienti dei gruppi precedenti e, in più, essere sottoposte periodicamente a screening mammografico, colonscopico e ad isteroscopia con eventuale biopsia endometriale.

 

CARCINOMA ENDOMETRIALE

Nell'ultimo ventennio il carcinoma dell'endometrio è diventato la neoplasia pelvica più frequente nella donna.
In tutto il mondo vengono diagnosticati circa 150.000 nuovi casi per anno e di questi 5.000 in Italia dove si è passati da un rapporto carcinoma della cervice/carcinoma endometriale di 10/1 a 1/1. Nel mondo il carcinoma endometriale rappresenta il secondo tumore ginecologico (15-18/100.000 donne) (Tab. I) dopo quello della mammella e il quarto, nella donna, dopo quelli di mammella, polmone, colon. Generalmente il carcinoma endometriale è una malattia della menopausa, La maggior parte delle pazienti ha un’età compresa fra i 50 ed i 65 anni tuttavia nel 25% insorge ancora in età fertile.
La sopravvivenza complessiva è attualmente del 63% (90% al I stadio, 25% al IV stadio).


Tab. I - Incidenza del carcinoma endometriale nei paesi sviluppati (per 100.000 donne)
ItaliaVarese (registro tumori)SvizzeraDanimarcaSveziaFinlandiaNorvegiaSpagnaFranciaGran BretagnaCanadaUSAGiapponeCinaAfrica 17,922,115,015,313,212,212,111,910,38,316,921,02,73,32,8

Il cancro dell’endometrio o del corpo uterino insorge nelle ghiandole della mucosa che riveste la cavità del corpo dell’utero.
Fattori di rischio

Endogeni:
- Menarca precoce
- Menopausa tardiva
- Anovularità (policistosi ovarica)
- Fattori costituzionali (obesità, diabete, ipertensione arteriosa)
- Genetici e familiari (carcinoma endometriale da solo o associato con altre neoplasie: mammella, ovaio, colon)
- Tumori ovarici estrogeno secernenti

Esogeni:
- Dietetici
- Terapia estrogenica (dose e durata)
- Tamoxifene


Fattori di protezione:
- Contraccezione con estroprogestinici
- Età avanzata all’ultimo parto


Fattori di rischio correlati al carcinoma endometriale


Fattore Rischio relativo
Sovrappeso (età 50-59)+10-20 kg> 20 kg Menarca precoce (<11) Nulliparità (vs uniparità) Nulliparità (vs multiparità) menopausa tardiva (>/= 53) Contraccettivi orali combinati Estrogeni in menopausa Estrogeni + progestinici in menopausa Tamoxifene Carcinoma mammario pregresso Diabete Ipertensione Fumo 3.210.0 3.9 2.0 5.0 2.6 0.2-0.6 2.0-12.0 0.9-1.8 1.7-7.5 1.7-3.7 1.8-2.7 1.2-1.7 0.5


DIAGNOSI

La riduzione della mortalità è attribuibile all’attuazione di programmi di screening e soprattutto di diagnosi precoce ed all’aver esteso le indicazioni all’intervento chirurgico.
L’interesse attuale a questa patologia neoplastica ginecologica è soprattutto dovuto al fatto che pazienti con carcinoma endometriale limitato al corpo dell’utero (I stadio FIGO) presentano un’ottima prognosi con tassi di sopravvivenza generalmente elevati; nonostante ciò quando le pazienti considerate al I stadio vengono poi valutate in rapporto ad alcune caratteristiche istologiche della neoplasia, emerge che possono essere identificati alcuni fattori di rischio la cui presenza, nelle diverse combinazioni possibili, ne peggiora sensibilmente la prognosi.
Pertanto gli obiettivi da perseguire in oncologia ginecologica sono lo screening, la diagnosi precoce e la stadiazione.


PERCHÈ ESEGUIRE LO SCREENING ?
1. È la neoplasia maligna ginecologica più frequente.
2. Si verifica nel 90% dei casi in menopausa con una prevalenza, in questa età, dell’1-2 nuovi casi per mille donne ogni anno.
3. L’incidenza subisce un incremento con l’età.
4. A dispetto dei progressi compiuti in chirurgia, in radioterapia e chemioterapia la prognosi per CE non è cambiata in tutti gli stadi.


CHI SOTTOPORRE, QUANDO E CON QUALE FREQUENZA ?
La maggior parte delle pazienti con carcinoma endometriale ha un’età superiore ai 50 anni e soltanto il 5% ha un’età < ai 40 anni.
Per tale motivo sarebbe opportuno sottoporre a screening tutte le donne in post-menopausa. Ma in effetti l’attenzione si è indirizzata verso un gruppo particolarmente a rischio rappresentato dalle pazienti con perdite ematiche atipiche in quanto è il primo segno clinico della malattia, ed in presenza di questo sintomo l’incidenza di CE è di circa l’8-10%.
In merito alla periodicità con la quale eseguire lo screening appare chiaro per le pazienti sintomatiche al primo comparire del sintomo: per le asintomatiche saranno necessari numerosi studi su grandi numeri per poterne decidere la frequenza. Allo stato attuale è opinione comune che l’esame ecografico transvaginale eseguito annualmente sia il più pratico ed affidabile.

Dott. Fabio Guardalà